mercoledì 2 dicembre 2020

Come sarà la moda made in Italy del futuro? Sostenibile, di qualità, accessibile

Come sarà la moda made in Italy del futuro? Sostenibile, di qualità, accessibile


La moda è la seconda industria manifatturiera del Paese e rappresenta un patrimonio al quale l’Italia, alle prese con il post-pandemia, non può rinunciare. Istituzioni, consulenti e imprenditori del settore si sono confrontati su questo tema durante l’ottavo appuntamento di ‘Tempo di Rinascita - Scenari, idee, progettualità’, il ciclo di conferenze digitali ideato dall’agenzia di comunicazione DOC-COM per riflettere a più voci sul mondo che sta cambiando.
  

A inaugurare la conferenza, Antonio Franceschini, Responsabile Nazionale di CNA Federmoda che ha aperto sottolineato la potenza del legame tra tessuto imprenditoriale e tessuto sociale, valore aggiunto del settore. «Dobbiamo far passare il messaggio che, nel comparto moda in particolare, il concetto di made in Italy si è arricchito di valori sempre più riferiti all’ambito della responsabilità sociale d’impresa, e che il made in Italy interpreta nel mondo non solo i valori di bellezza e qualità dei prodotti, ma anche quelli di una produzione sostenibile dal punto di vista sociale, etico e ambientale. L’Italia può posizionarsi nel contesto internazionale come fabbrica del bello; serve, però, una visione condivisa, un’unità di filiera sulla necessità di riconoscere il valore anche economico delle competenze lungo tutti gli anelli della catena imprenditoriale. Perché il l’Italia non può permettersi di indebolire la filiera. Tutto il sistema moda italiano ne risentirebbe».

Affidata a PixData, agenzia di digital intellicence e digital consulting, l’analisi del web sentiment relativo alla moda made in Italy nel pre, durante e post Covid. A emergere, tre parole che saranno le linee guida del fashion di domani: ecosostenibilità, qualità e accessibilità. «Da gennaio 2020, Pixdata in partnership con KPI6.com, ha analizzato e classificato 110 mila conversazioni in merito alla moda made in Italy, con l'obiettivo di creare un osservatorio del Made in Italy per anticipare le richieste dell'audience e suggerire a imprenditori e aziende del settore, insight di mercato – ha spiegato Luca De Albertis, co-CEO di Pixdata – La media del sentimento delle conversazioni identifica un 35% di negatività verso il Made in Italy, che scende al 17% quando si parla di qualità ed ecosostenibilità. Gli utenti di riferimento appartengono alla generazione Z (35.7%) e la generazione dei millennials (32.1%). Sono caratterizzati da apertura mentale e predisposizione al cambiamento superiori alla media, ma hanno al contempo un basso potere d’acquisto. È quindi necessario ripensare il made in Italy attraverso soluzioni che permettano all’audience di acquistare abiti di qualità, ecosostenibili e a un prezzo contenuto. Si guarda a modelli come quelli del noleggio e il riuso. Esistono ad esempio nuovi business digitali in abbonamento che stimolano il riuso, pongono l’accento sulla redemption del cliente, lasciando ampi spazi ai costi di acquisizione, che sappiamo essere la grande criticità degli E-commerce di oggi.

Un esempio? Sottoscrivi l’abbonamento mensile, e scegli quattro capi a tuo piacimento, quando vorrai potrei mandarne indietro uno, due, tre o addirittura tutti e quattro, scegliendo i nuovi prodotti dal catalogo che ti verranno spediti direttamente a casa tua in sostituzione a quelli che non soddisfano più le tue esigenze. Altro cambiamento significativo sarà quello che investirà sempre più il retail: i diventeranno dei veri e propri "Media Outlet” dedicati non alla vendita del prodotto, ma alla narrazione del brand e agli aspetti più emozionali del marketing».

Secondo Maria Elena Molteni, direttore responsabile di Luxury&Finance, reshoring, internazionalizzazione e digitalizzazione saranno i mantra del futuro post Covid.
«Riguarda i primi due punti anche il piano presentato al Governo dalla task force guidata da Vittorio Colao. Sull’internazionalizzazione il mistero degli Esteri ha lanciato da pochi giorni un piano che si fonda su sei pilastri. Il digitale era già prepotentemente in agenda. Oggi diventa una necessità. Non solo per dare vita a gemelli digitali capaci di surfare le onde di una nuova eventuale crisi sanitaria, ma anche per essere sempre più proiettati e presenti nel mondo. Il comparto del tessile-abbigliamento si appresta a chiudere, stando alle stime degli analisti, con una contrazione che sarà nell’ordine del 25% nella migliore delle ipotesi e del 35% nella peggiore. Intanto si deve fare fronte a una crisi di liquidità senza precedenti per le aziende che spesso non riescono ad accedere ai finanziamenti del Governo e nemmeno agli ammortizzatori sociali, se è vero che la cassa integrazione è stata anticipata dalle aziende per 4 milioni e 300mila dipendenti e le risorse sono andate esaurite in 15 giorni. Il sentiero diventa sempre più stretto e lo diventerà ancora di più. Serve accelerare e dare spazio con strumenti adeguati a un comparto che, insieme al turismo e alla cultura, può rappresentare una leva strategica per evitare che all’emergenza sanitaria non segua una vera emergenza economica».

Ha focalizzato l’attenzione sulla moda veloce come modello di business alternativo e vincente, Marco Calzolari, titolare e amministratore unico di Kaos spa, azienda specializzata in moda total look dal 1980 tra le imprese di punta del Centergross di Bologna, il maggiore distretto a livello internazionale di pronto moda made in Italy (1 milione di metri quadrati di spazio, oltre 40 anni di storia, 600 aziende, 400 delle quali del settore fashion, e 6.000 lavoratori, per un volume complessivo di affari pari a a 5 miliardi di euro l’anno). «Abbiamo visto come una filiera dalla struttura più snella come quella del pronto moda sia riuscita a gestire meglio una situazione terribile come quella del recente lockdown. La moda veloce, che ha meno dispendio di risorse e molta più agilità di movimento e di investimenti, ha sofferto meno di altri settori di tutta la situazione e ha saputo testimoniare la sua capacità di resilienza, resistenza e di reazione immediata. La moda veloce, può configurarsi quindi come un modello di business alternativo e vincente, per questo è stata presa in esempio nel periodo anche da altri attori internazionali».

Ha parlato invee di heritage e dell'archivio come leva di sviluppo, Claudia D'Angelo, responsabile dell’Archivio di Textile Design della Fondazione Fashion Research Italy voluta dal cavalier Alberto Masotti, già patron de La Perla, per supportare le piccole e media imprese. «Le radici del tessuto manifatturiero italiano costituiscono senz’altro la marcia in più del nostro Paese: sono quel "saper fare", frutto di decenni di eccellenza artigiana, che ne caratterizza le produzioni. La Fondazione Fashion Research Italy ha il compito di sostenere le piccole e medie imprese della filiera moda, a maggior ragione in questo difficile percorso di ripresa. E lo fa attraverso diverse attività didattiche e culturali. Ad accompagnare temi chiave quali digitalizzazione e sostenibilità, non deve mancare la valorizzazione dell’heritage. In Fondazione, ad esempio, abbiamo a disposizione gratuita del pubblico degli addetti ai lavori quell'incredibile tesoro di creatività che risiede nel nostro archivio di textile design, di cui fa parte anche il prestigioso Fondo Brandone: oltre 5000 volumi e 30mila disegni tessili presenti in versione fisica e digitale, e a disposizione di tutti i professionisti del settore.

Io sono convinta che le aziende per crescere debbano riappropriarsi del proprio passato per renderlo vivo, fonte inesauribile di creatività e ricerca, una sicura via di accesso a processi d’innovazione e internazionalizzazione». Dalla Val di Fiemme, da Lorenzo Delladio, CEO e presidente de La Sportiva, azienda leader nella produzione di calzature per l’arrampicata e l’alta montagna, arriva l’invito alla decelerazione. «Avevamo già pronta la nostra collezione Spring Summer 2020, dovevamo presentarla alle varie convention di vendita. Il lockdown ci ha costretti a sospendere i nostri progetti: abbiamo quindi bloccato e posticipato l’immissione sul mercato dei nuovi prodotti. La lezione che abbiamo tratto da questi ultimi mesi è che è possibile, anzi auspicabile, adattarsi a modelli di produzione e di vita più lenti e meditati, meno strettamente consumistici. Ecco, io mi auguro questo, anche per il futuro. Continuare a innovare, senza frenesia e con più consapevolezza».

Marco Morosini, CEO di Brandina The Original, dal 2005 icona fashion del design balneare, ha sottolineato il coraggio imprenditoriale emerso dal comparto e la necessità di un maggiore supporto da parte dello Stato. «Siamo alle prese con una crisi senza precedenti, e di fronte a questa crisi l’imprenditore è stato abbandonato. Non mi sono mai sentito solo come in questo momento. Siamo soli nel combattere per un made in Italy di cui l’Italia va fiera a parole, ma si dimentica di difendere. Non c’è sostegno alla creazione, alla formazione e al rinnovo delle professionalità. Dopo tante promesse adesso è il momento dei fatti: il Governo deve difendere meglio gli asset della moda, del turismo e della cultura, fondamentali per tutto il Paese. È necessario migliorare la produttività, agevolare lo sviluppo dell’artigianato, abbassando il costo del lavoro e quindi anche quello del prodotto finale, per continuare ad avere prodotti made in Italy accessibili e sostenibili». 

L’importanza della digitalizzazione è stata al centro dell’intervento di Luca Piani, dal settembre 2019 alla guida di Duvetica International, brand italiano specializzato nella produzione di capispalla imbottiti. «Duvetica ha iniziato un forte processo di digitalizzazione con la nuova acquisizione da parte del gruppo coreano F&F, che ha voluto mantenere investimenti e creatività in Italia. La digitalizzazione fa parte del nostro Dna che si basa su una celebrazione dello stile di vita italiano in forma ludica, moderna e aggiornata. Siamo ormai dentro a un mondo che accelera il contatto tra azienda e consumatore finale e in questo il digitale offre enormi vantaggi. Non solo come contatto, ascolto, coinvolgimento e interazione con il consumatore, ma anche come revisione e ottimizzazione di processi organizzativi interni senza i quali l’internazionalizzazione e la sopravvivenza in momenti come quello del recente lockdown non sarebbero state possibili».

Il mondo della Moda è in lutto per la scomparsa di Beppe Modenese l’ambasciatore della moda italiana

Il mondo della Moda è in lutto per la scomparsa di Beppe Modenese l’ambasciatore della moda italiana

Si è spento sabato 23 settembre nella sua casa in zona San Babila a Milano dopo una vita al servizio dello stile e della moda. Avrebbe compiuto 93 anni fra pochi giorni. Era il gentiluomo che ha inventato la passerella milanese


Fu lui a dare impulso alle sfilate trasformando il capoluogo lombardo nella capitale del fashion. Lo chiamavano anche “il ministro dell’eleganza”, infaticabile, appassionato, sempre elegantissimo e sorridente, non ha mai perso una sfilata e agli appuntamenti cultural mondani legati alla moda, la sua presenza ha sempre dato un tocco di classe.

L’albese Giuseppe (Beppe) Modenese è stato uno dei grandi artefici dell’affermazione della moda italiana nel mondo con la sua attività di presidente della Camera Nazionale della Moda per decenni, di cui era rimasto presidente onorario, ruolo che lo aveva eletto “ambasciatore della moda italiana” e gli era stato anche confermato da moltissimi riconoscimenti ricevuti nel corso della sua lunghissima carriera.
Nel 2003 gli fu conferita la Medaglia d'Oro della Città di Alba per essere stato «uno dei grandi artefici dell'affermazione della moda italiana nel mondo».

Nato ad Alba il 26 novembre 1927, figlio di Teresa e Piero, che in città avevano un’attività di distribuzione di cioccolato, si trasferì a Milano giovanissimo. Qui approdò nel mondo della moda, in un’epoca in cui a dettare legge nel campo era la Francia: grazie a intuito e creatività, Modenese seppe trasformare Milano nella capitale della moda internazionale, dando vita alla moda italiana come sistema. Il 3 ottobre del 1979, nell’ambito della Fiera della moda, lanciò il Centro sfilate, poi Milano Collezioni, che riunì un gruppo di giovani stilisti apparsi sulla scena milanese, come Krizia e Armani.

V-COMMERCE: PER LE CALZATURE E’ GIA’ POSSIBILE GRAZIE ALL’APP ITALIANA SNAPFEET

V-COMMERCE: PER LE CALZATURE E’ GIA’ POSSIBILE GRAZIE ALL’APP ITALIANA SNAPFEET

 


L’indice di comfort pronto a sostituire le taglie. La nuova tecnologia sarà di aiuto sia all’e-commerce per l’abbattimento dei resi, sia ai negozi tradizionali grazie alla prova contact-less.

 

Como, 1 settembre 2020 – Scegliere la scarpa perfetta comodamente da casa o in negozio senza necessità di provarla. E’ già possibile grazie a Snapfeet, un’applicazione made in Italy che sarà a breve lanciata sul mercato. Si tratta di un’app totalmente gratuita per gli acquirenti di scarpe che permetterà di provare le calzature grazie alla Realtà Aumentata e di scoprire in pochi istanti la taglia corretta e l’indice di confort, realizzando la scansione in 3D del piede con il solo smartphone.

 

La tecnologia alla base di Snapfeet è un unicum al mondo che permette la scansione del piede senza punti di riferimento e, con l’ausilio di un algoritmo di Fitting e l’utilizzo di un’intelligenza artificiale e un database di migliaia di tester reali, è capace di indicare al consumatore la taglia più confortevole ed evidenziarne eventuali criticità

 


Un’idea tutta italiana che è nata nel 2016. Fondatori del progetto sono Giorgio Raccanelli, ingegnere a cui si deve l’intuizione iniziale, Roberto Cipolla, Professor of Information Engineering all’Università di Cambridge e Fellow of the Royal Academy of Engineering, che ha sviluppato l’idea con il suo team di ricercatori, e Natale Consonni, ingegnere che guida il team come CEO, imprenditore di successo che ha investito nel progetto scorgendone la grande valenza rivoluzionaria e i diversi benefici per consumatori, economia e ambiente.

 

Snapfeet, infatti, è un progetto ideato sulla logica del win to win: da un lato offre un servizio che risolva ogni problema al consumatore migliorandone l’esperienza in fase di acquisto, dall’altro un concreto aiuto al settore calzaturiero, soprattutto il mercato dell’e-commerce, altamente penalizzato a causa del problema della taglia, variabile estremamente soggettiva. Infine, è utile anche per il commercio offline, grazie a Snapfeet, il cliente potrà scegliere una scarpa con una prova virtuale all’interno di un negozio fisico e dunque, soprattutto in questo periodo, essere una valida soluzione al problema dell’igiene e del distanziamento sociale. 

 

Insomma, la duttilità e l’utilità di Snapfeet lo rendono adatto alle più svariate situazioni di vendita e di acquisto, anche per il commercio virtuale, che secondo gli esperti sarà la prossima inevitabile evoluzione del mercato. 

Ma, restando ancorati al presente, per comprendere l’impatto che questa tecnologia potrà avere basti pensare che nei primi test reali, realizzati con brand dell’alta moda, le percentuali di reso degli acquisti online sono calati del 95%. Percentuali che nel mercato delle calzature online, che secondo le ultime stime vale 96 miliardi di dollari e che entro il 2022 dovrebbe raggiungere addirittura i 135 miliardi, potrebbero significare un’ottimizzazione delle risorse enorme a cui si aggiungerebbe un impatto ambientale ridotto a beneficio sia degli imprenditori sia dei consumatori.

 

IMPRESE, DRESSYOUCAN LANCIA LA SUA PRIMA CAMPAGNA DI CROWDFUNDING PER CRESCERE NEL SETTORE DEL FASHION RENTING E CONQUISTARE IL MERCATO INTERNAZIONALE

 Pioniera della tendenza del noleggio di abiti e accessori in Italia, la startup vanta numerose partnership e un flasgship store nel cuore di Milano. Inoltre nell’ultimo anno ha triplicato il numero di ordini online e aumentato la sua visibilità sui social network del 424%. Con il finanziamento collettivo, iniziato venerdì 23 ottobre,l’obiettivo è quello di crescere ancora e raggiungere nuovimercati


Ha preso il via il 23 ottobre la prima campagna di equity crowdfunding di DressYouCan, realtà milanese protagonista del mondo del fashion renting di abiti e accessori di alta moda femminilefondata nel 2015 come risposta alla riduzione di spese e sprechi legati al mondo della modaLa campagna(https://www.backtowork24.com/online-campaign.php?c=107-dressyoucan) è stata realizzata insieme a BacktoWork, società di equity crowdfunding partecipata da Intesa Sanpaoloe nasce dal desiderio di DressYouCan di continuare a crescere e raggiungere nuovi mercati, ampliando sempre di più quell’armadio collettivo e infinito rappresentato dal proprio catalogo online. E per una startup che fa della sharing economy il suo punto di forza, non poteva che essere il crowdfunding il modo migliore per raggiungere nuovi traguardi. Una campagna che arriva in un momento molto particolare, ma che trova proprio nei mutamenti in atto il suo punto di forza: i mesi di quarantena hanno, infatti, modificato le abitudini di acquisto spingendo verso l’anti-consumismo, rendendo necessari nuovimodelli di business e ampliando la capillarità dell’onlineDressYouCan ha fin da subito colto i segnali d’evoluzione del mercato, implementando la propria transizione verso la totale digitalizzazione del servizio, triplicando il numero di ordini onlineaumentando la propria visibilità sui social network del 424%Ma anticipare le tendenze non è una novità per DressYouCan: il brand milanese è, infatti, precursore a livello nazionale della tendenza TraveLight, ovvero la possibilità di viaggiare senza valigia, nata dalla partnership con hotel e piattaforme di bookingInoltre, ilcostante aumento della propria community e il diffondersi della domanda hanno spinto la realtà con sede nel cuore di Milano ad implementare ulteriormente target e offertala collaborazione con il portale Sportit ha ampliato il catalogo con abbigliamento e accessori tecnici per donna, uomo e bambino, mentre dalla partnership con Carlo Zini è nata un’esclusiva collezione di bijoux.

 



Grazie alla determinazione, al duro lavoro del nostro staff e alla vasta community di clienti, siamo orgogliosi del percorso e degli obiettivi che abbiamo raggiunto, ma non vogliamo fermarci qui – afferma Caterina Maestro, CEO di DressYouCan – I fondi raccolti attraverso la campagna di crowdfunding saranno quasi equamente distribuiti fraattività di marketing, IT developmentemployees e inventoryLo sviluppo di una strategia di marketing digitale è il fulcro dei nostri investimenti e consiste in tutte quelle attività rivolte migliorare la piattaforma e-commerce e il sito web attuale, integrare sistemi di indicizzazione intelligente, servizi di chat e help desk per un’assistenza real timeInsomma, vogliamo rendere il nostro servizio sempre più immediato ed essere più vicine alle nostre clientiPuntiamo anche ad incrementare le collaborazioni con brand partner e atelier sposa, un modo per continuare ad ampliare il nostro catalogo, così da esaudire il sogno di ogni donna: poter attingere da un armadio infinito, sfoggiando abiti ogni giorno diversi senza costi elevati e, soprattutto, con un ridotto impatto sull’ambiente”.

 

martedì 1 dicembre 2020

La lotta alle fake news tra emergenza Covid e influencer

Il progetto INFORMING FOR LIFE chiama alla riscossa l’informazione scientifica verificata sul web.



Lo scorso 19 ottobre sono stati oltre 18.000 gli articoli, i post, le storie, su Facebook, Twitter e Instagram che contenevano la citazione “usare la mascherina”. Il giorno precedente erano poco più di 10.000. Numeri quasi raddoppiati nell’arco di 24 ore a causa, a quanto pare, di un singolo fattore: le due storie su Instagram nelle quali Fedez e Chiara Ferragni, su invito del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, hanno raccomandato l’uso della mascherina per evitare un secondo lockdown.

Anche se l’impatto effettivo sui comportamenti della popolazione non è misurabile, questo dato fotografa il potere mediatico degli influencer, che si amplifica nelle situazioni di emergenza come quella legata alla pandemia da Covid-19 e che diventa critico se messaggi non validati vengono diffusi in modo irresponsabile. Oggi la voce di un influencer sovrasta quindi quella dei canali ufficiali e della stampa? Come aiutare i cittadini a riconoscere le fonti attendibili durante le situazioni di emergenza e in generale sui temi della salute e della scienza? E come contrastare le credenze infondate o le vere e proprie bufale che circolano sulla rete?

Alcune risposte a queste domande emergono da INFORMING FOR LIFE, un progetto di comunicazione promosso da Fondazione MSD in partnership con CICAP – Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze – con l’obiettivo di promuovere sul web l’informazione scientifica validata.

Il progetto è uno dei primi tentativi ad ampio raggio di individuare una risposta organica e condivisa al fenomeno delle fake news scentifiche e della disinformazione in rete, che ha un impatto notevole a livello sociale e sulla Salute delle persone. Nel corso di tre tavoli digitali, giornalisti, ricercatori ed esperti del web si sono confrontati sui percorsi da intraprendere per coniugare sul web rigore scientifico, viralità e trasparenza dell’informazione: dal ruolo di Facebook agli strumenti di verifica delle fonti e delle immagini, ai criteri per il fact checking, negli incontri sono state analizzate tutte le più importanti risorse per dare forza sul web alle informazioni scientifiche validate.

Nel terzo e ultimo appuntamento, il focus è stato quello di come “dare valore” all’informazione social, anche alla luce dell’attuale pandemia. A marzo, nella fase più acuta, le notizie sul Coronavirus sono arrivate a occupare quasi il 60% di tutta la copertura informativa offerta da TV, quotidiani, radio e internet (AGCOM-Osservatorio sulla disinformazione on line). L’emergenza Covid è stata un moltiplicatore degli accessi ai canali social: secondo i dati diffusi da Mark Zuckerberg ad aprile 2020, durante il lockdown, in Italia, il tempo trascorso sulle app social sarebbe aumentato del 70% e le visualizzazioni delle dirette su Instagram e Facebook sarebbero raddoppiate. E a fine maggio, mentre diminuiva la copertura da parte dei media, l’incidenza della disinformazione sul totale delle notizie relative all’epidemia veicolate attraverso i social ha raggiunto il 13%. Ma è cresciuto anche l’accesso alle fonti istituzionali: nella prima fase, la pagina Facebook del Ministero della Salute ha fatto registrare un incremento di accessi del 693%, con oltre 430.000 nuovi follower che hanno generato una community di oltre 490.000 persone (www.agendadigitale.eu).

“Le piattaforme digitali sono essenziali nell’informazione sanitaria e i social media hanno assunto un ruolo di rilievo durante l’emergenza – è il parere di Lorenzo Montali, vicepresidente del CICAP e docente di Psicologia Sociale, Università di Milano-Bicocca – Quando la disponibilità di informazioni diventa una necessità vitale le persone si rivolgono a Twitter o Facebook per cercare notizie, diffondere contenuti, condividere emozioni, chiedere aiuto o offrire supporto. A maggior ragione, in queste situazioni i messaggi che raggiungono i cittadini non devono promuovere comportamenti deleteri per la salute e la sicurezza pubblica”.

Anche nell’emergenza COVID la disinformazione è stata favorita dai processi di disintermediazione che penalizzano il ruolo tradizionale dei giornalisti come interfaccia tra le fonti di informazione e il pubblico.

“Oggi il giornalista scientifico deve trovare un suo nuovo spazio, sapersi reinventare per interpretare, commentare, decodificare le notizie invece di limitarsi a raccontarle – afferma Roberta Villa, giornalista medico-scientifica e divulgatrice attraverso il suo profilo social – In realtà, sulla base della mia esperienza, se sui social si trova la chiave per presentare l’informazione scientifica in maniera al tempo stesso accattivante e rigorosa, emerge una platea vasta di persone interessate e che non si fanno attrarre da notizie non certificate”.

Ma come far emergere sui social una comunicazione scientifica di valore e distinguerla dal flusso delle notizie-spazzatura? Un supporto importante al ruolo dei giornalisti scientifici è offerto oggi da QUEST- QUality and Effectiveness in Science and Technology communication, un progetto biennale promosso dall’Unione Europea nell’ambito di Horizon2020, nel quale è coinvolta per l’Italia l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Obiettivo del progetto è studiare qualità ed efficacia della comunicazione scientifica in Europa per contribuire a migliorarla.

Nell’ambito del progetto QUEST, attraverso un confronto che ha coinvolto esperti, accademici, comunicatori e giornalisti di tutta Europa, sono stati individuati 12 indicatori di qualità della comunicazione scientifica riconducibili a tre aree: affidabilità e rigore scientifico, stile di presentazione e connessione con la società e le sue esigenze, tenendo conto anche della responsabilità che può comportare questa comunicazione comporta e richiede (https://questproject.eu/). Inoltre, l’Università Ca’ Foscari sta mettendo a punto una serie di strumenti utili a migliorare l’engagement della comunicazione scientifica sui social, basate sul monitoraggio di oltre mille account Facebook e Twitter europei di carattere scientifico.

Oltre al rigore e alla qualità dell’informazione, la comunicazione su temi di salute di interesse pubblico può fare leva sul coinvolgimento di influencer. Ma si tratta di un’arma a doppio taglio: se anche nel passato personaggi celebri hanno prestato la loro notorietà a cause di salute pubblica, come Elvis Presley per la vaccinazione contro la poliomielite, oggi le piattaforme digitali amplificano immediatamente tutti i messaggi e la voce delle fonti ufficiali, della stampa o degli influencer “responsabili” viene offuscata da chi diffonde notizie inattendibili o dannose.

“Il coinvolgimento degli influencer nella comunicazione di crisi delle istituzioni può essere efficace e positivo se avviene all’interno di piani di comunicazione strutturati, integrati e misurabili che utilizzano i social media per assicurare la diffusione tempestiva di informazioni verificate, monitorare la situazione sul territorio e per coordinare gli interventi di soccorso – afferma Giancarlo Sturloni, giornalista scientifico, esperto in Comunicazione del rischio – In questo momento, però, a livello istituzionale non si vede una comunicazione strutturata sui social e c’è uno scarso livello di interazione con gli utenti e di risposte alle loro domande. Le istituzioni deputate non presidiano ancora stabilmente il palcoscenico e lasciano dei vuoti che possono essere occupati da chiunque. Basta pensare che la Protezione Civile in Italia ha aperto il suo account Facebook solo nel 2018”.

Le indicazioni emerse dai tre tavoli digitali di INFORMING FOR LIFE sono il primo step di ulteriori iniziative e progetti, realizzati da Fondazione MSD in partnership con altri soggetti, secondo il principio per cui solo attraverso una azione congiunta e sinergica di tutti gli attori del mondo scientifico e dell’informazione sia possibile prendere adeguatamente in carico il problema.

Come sarà la moda made in Italy del futuro? Sostenibile, di qualità, accessibile

Come sarà la moda made in Italy del futuro? Sostenibile, di qualità, accessibile La moda è la seconda industria manifatturiera del Paese e r...